Un testamento orale vale davvero se tutti gli eredi sono d’accordo?
Immaginiamo una scena molto comune.
Una madre, negli ultimi anni della sua vita, riunisce i figli e dice loro: «Quando non ci sarò più, voglio che Giovanni riceva, oltre alla sua quota, anche lo chalet in montagna: è stato lui a starmi più vicino».
Tutti ascoltano. Tutti comprendono. Nessuno si oppone.
Poi la madre muore, e soltanto allora ci si accorge che non ha mai fatto testamento.
A questo punto la domanda è inevitabile: se tutti i figli sono d’accordo su ciò che la madre aveva detto, quella volontà può essere rispettata?
La risposta breve
Sul piano strettamente giuridico, no.
Il cosiddetto testamento orale (o nuncupativo) non è riconosciuto dal nostro ordinamento. La legge vuole che il testamento sia fatto per iscritto, nelle forme previste dal codice civile, e cioè principalmente:
- scritto per intero a mano, datato e firmato dal testatore (testamento olografo);
- oppure ricevuto da un notaio alla presenza di due testimoni (testamento pubblico).
Le parole pronunciate a voce, anche se ricordate da tutti i presenti, non valgono come testamento.
Allora è tutto perduto?
Non necessariamente. Qui entra in gioco il buon senso, prima ancora del diritto.
Se tutti gli eredi riconoscono che quella era davvero la volontà del genitore e nessuno intende contestarla, molto spesso il risultato pratico può essere raggiunto ugualmente.
In altre parole: non è il testamento orale a produrre effetti, ma è l’accordo degli eredi a dare concreta attuazione all’ultima volontà del loro familiare.
Un esempio concreto
Torniamo alla nostra famiglia. Dopo il decesso, i tre figli si presentano insieme dal notaio e dichiarano: «Sappiamo che questa era la volontà di nostra madre e siamo tutti d’accordo nel rispettarla».
Trattandosi di un immobile, però, l’intesa non può restare a parole: deve tradursi in un atto scritto, di regola notarile, che attribuisca lo chalet a Giovanni. In una situazione come questa è quasi sempre possibile trovare una soluzione condivisa, che realizzi la volontà della madre ed eviti inutili conflitti familiari.
Che cosa dice la legge?
Esiste una norma che da molti anni fa discutere studiosi e tribunali: l’articolo 590 del Codice civile.
In sintesi, essa prevede che chi conosce la causa di nullità di una disposizione testamentaria non possa più farla valere se, dopo la morte del testatore, ha confermato quella disposizione o le ha dato volontaria esecuzione.
Detto in parole semplici: se gli eredi sanno che esiste un problema di forma, ma decidono ugualmente e consapevolmente di rispettare quella volontà, la legge in alcuni casi tutela la loro scelta.
Attenzione, però: la conferma vincola soltanto chi la compie. Basta che un solo erede non sia d’accordo perché questa strada si chiuda.
Che cosa dicono i giudici?
Nel corso degli anni alcuni giudici hanno mostrato una certa apertura verso situazioni nelle quali una volontà del defunto, pur non espressa nelle forme di legge, sia stata poi riconosciuta e rispettata da tutti gli eredi.
La Corte di Cassazione, però, ha invitato alla prudenza. Con l’ordinanza n. 10065 del 28 maggio 2020 ha precisato che l’art. 590 c.c. può operare solo quando esista una disposizione testamentaria effettivamente riconducibile al defunto. Il caso riguardava un testamento falso, ma il principio vale a maggior ragione per le volontà soltanto riferite a voce: non basta sostenere che quella fosse «probabilmente» l’intenzione del defunto.
Il messaggio della Cassazione è chiaro: non si può costruire un testamento sulla base dei soli ricordi; serve la certezza che quella fosse davvero la volontà del de cuius.
Il vero problema: la prova
Pensiamo a che cosa può accadere dopo qualche anno. Un figlio potrebbe dire: «La mamma non aveva detto così». Un altro potrebbe sostenere: «Aveva cambiato idea». Un terzo potrebbe ricordare parole diverse.
Ecco perché la legge insiste tanto sulla forma scritta. Non perché diffidi delle persone, ma perché, dopo una morte, i ricordi possono divergere, mentre un documento scritto resta identico per tutti.
La lezione più importante
Le volontà espresse a voce possono avere un grande valore affettivo e morale all’interno di una famiglia. Ma quando sono in gioco eredità, immobili e patrimoni, soltanto la forma scritta evita equivoci, litigi e lunghi processi.
Il consiglio, perciò, resta sempre lo stesso: chi desidera che le proprie volontà siano rispettate senza discussioni deve metterle per iscritto. Non occorre molto: basta un foglio scritto interamente di proprio pugno, datato e firmato (sempre nel rispetto delle quote che la legge riserva ai familiari più stretti). E per chi vuole la massima sicurezza c’è il testamento pubblico, ricevuto dal notaio.
Le parole possono unire una famiglia.
Un testamento scritto può anche proteggerla.

Avvocato Roberto Omenetti
Laboratorio del Diritto
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