Terremoto in Friuli, 50 anni dopo
La memoria che costruisce il futuro
Ci sono date che non si dimenticano. Non perché siano scritte nei libri di storia, ma perché sono cicatrici incise nella pelle di una comunità. Il 6 maggio 1976 è una di queste. È il giorno in cui il Friuli si è fermato. E, allo stesso tempo, il giorno in cui ha iniziato a rialzarsi.
Cinquant’anni dopo, il ricordo del terremoto non è solo commemorazione. È identità. Quel sisma devastò paesi, spezzò vite, cancellò intere comunità. Gemona del Friuli, Venzone, Buja, Majano: nomi che ancora oggi evocano dolore, ma anche qualcosa di più profondo. La capacità di reagire. Perché il Friuli non è stato solo colpito. Il Friuli ha risposto.
Non fu una ricostruzione qualsiasi. Fu una scelta. Politica, certo. Ma soprattutto culturale.
“Dov’era, com’era”: non uno slogan, ma una promessa mantenuta. Le pietre recuperate, le case ricostruite, i centri storici riportati alla vita. Non si è scelto di cancellare il passato per ripartire più in fretta. Si è scelto di rispettarlo. Il caso simbolo resta Venzone, ricostruita pietra su pietra, diventata oggi un esempio internazionale. Ma la verità è che tutto il Friuli è diventato un laboratorio di rinascita. E lo ha fatto con un modello preciso: comunità al centro. I sindaci
protagonisti, i cittadini coinvolti, lo Stato a supporto ma non calato dall’alto. Una filiera decisionale che partiva dal territorio, non da Roma.
Se c’è un’immagine che racconta meglio di tutte quei giorni è quella dei volontari. Mani sporche di polvere, occhi stanchi, ma determinazione incrollabile. Il terremoto del 1976 ha dato origine a qualcosa che oggi consideriamo normale: la Protezione Civile moderna. Un sistema organizzato, efficiente, capace di intervenire nelle emergenze. Ma allora era tutto da costruire. E il Friuli lo ha fatto. Non c’era solo dolore. C’era una comunità che non aspettava, che non si piangeva addosso. Che faceva.
Cinquant’anni dopo, quella lezione è più attuale che mai. In un’Italia spesso divisa, lenta, incerta, il Friuli del post-terremoto resta un esempio concreto di cosa significa ricostruire bene. Non solo in termini edilizi. Ma sociali. Economici. Umani. Oggi il Friuli Venezia Giulia è una regione che ha saputo trasformare quella tragedia in forza. Ha mantenuto un legame profondo con le proprie radici, ma allo stesso tempo ha guardato avanti, investendo, innovando, aprendosi. E soprattutto ha conservato un valore che non si misura nei numeri: il senso di comunità.
Ricordare il terremoto non significa solo guardare indietro. Significa capire chi siamo. Le nuove generazioni non hanno vissuto quella notte. Non hanno sentito la terra tremare. Ma vivono ogni giorno le conseguenze di quella ricostruzione: nelle città, nelle infrastrutture, nella cultura del lavoro. E allora la memoria diventa responsabilità. Responsabilità di non dimenticare.
Responsabilità di custodire quel modello. Responsabilità di applicarlo anche oggi, di fronte ad altre crisi – economiche, sociali, ambientali.
Il terremoto del 1976 ha messo in ginocchio una terra. Ma non ha spezzato il suo spirito.
Cinquant’anni dopo, il Friuli non è solo una regione ricostruita. È una regione che ha insegnato all’Italia cosa significa ripartire davvero. E forse è proprio questo il messaggio più forte: le tragedie non si scelgono, ma il modo in cui si reagisce sì. Il Friuli ha scelto di rialzarsi. E lo ha fatto diventando esempio.
L‘editoriale di Stefano Pontoni
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